Un’aria ferrosa
inonda il buio
dell’incoscienza
e nulla appare
perduto
fino all’abisso
che si squarcia all’aurora
del giorno
della luna di ruggine.
Sto stirando gli spigoli.
Sono tondi e gonfi, ora
e non ho spilli
sul cranio asciutto.
Sto tendendo l’addome
che ancora li sente
mentre acclama l’anarchia.
Come seme rinsecchito
non germino che sterili speranze
cassabili da un sole mattutino
che non scalda, ma brucia;
come rabdomante
su terra arsa stendo i rami
per cercare nuove linfe;
operaia di un improbabile futuro
e memore di un ieri esecrabile,
mi aggrappo a un adesso
che non è il giorno a lungo atteso,
che non è azzurra aurora
da guardare dritta in piedi,
che non è meriggio sereno
da assaporare come un tiepido tè,
che non è vespro sincero
da respirare a pori aperti,
ma è il solo presente possibile.
Massimo Pastore (a sinistra) durante un reading di poesie al Festival Pop della Resistenza
GESÙ DEI CARRUGGI
Credimi, l’astio e il malcontento
Si mischian ai sorrisi, ai marinai,
e camminan a braccetto sottovento
tra i carruggi ed i vinai,
credimi ti perderesti fratello
seguendo il polline del mare
che dalla lanterna come un uccello
vola portandone odor di sale
e magari potresti incrociare
la stanza di maria, sorriso messicano
un culo tondo da baciare
ed un gemito disumano
o magari ti troveresti per mano
in una strada piccina
tra l’africa ed un napoletano:
“guagliò hascisc o cocaina.”
Credimi, l’astio e il malcontento
Si mischian ai sorrisi, ai carabinieri
E camminan a braccetto sottovento
Tra i carruggi ed i negrieri
E potresti trovare tra chi muore di fame
Tra la rumenta e gli alcolizzati
Tra le briciole di pane
Ed il sorriso sdentato dei drogati
Gli occhi neri di un bambino
Profumo d’africa, elastici come caucciù,
suo padre è un assassino
e lui è dolce, lui è gesù.
I marinai salpano l’ancora e le mutande
Arrossisce il sole con mille forme
Pare proprio una festa di ghirlande
Mentre il figlio dell’assassino, gesù ora dorme.
Massimo Pastore
NON MI HAI PERMESSO DI AMARTI
Non mi hai permesso di amarti… l’amore lucida le ciglia,
ricopre i lenzuoli di chiodi e di croci e di colline,
ti dissi quando venni che ero uno sconosciuto, che ero quel cane davanti ad una vetrina,
che ti avrei lasciato sulla carne il silenzio che non puoi attraversare…
ti dissi di quanto avresti sofferto, di quanto avrei bevuto, ti dissi del chiaro di luna
che mi attende come il portone di casa mia…
non mi hai permesso di amarti… la tua stanza delle bambole rifiutava i miei sospiri,
sono stato ad un fermo di polizia, non ho fatto il tuo nome,
ho ucciso una cattedra, ho sparato a un talento di cristallo,
ho ucciso sei me stesso
e al settimo non gli hai permesso di amarti… mi rimane poca carne appesa alle pareti
sono stato brutale nella tua stanza del sonno, ti ho violato tra i fiori e dove concimano,
ho ucciso i tuoi canarini blu, ho ucciso il tuo ordine di mani e di piedi,
ho distrutto le riviste che parlavano della tua nuova casa e non mi hai permesso di amarti
o non ti ho amato abbastanza…
Massimo Pastore
IN UN TRENO D’EMIGRANTI TRA UN COGLIONE E UN ALTRO
La mia strada è blu,
e al mattino al mio risveglio
cantano i becchini
appoggiati ad un ramo di mogano
mentre la periferia si fa bella
con il fard che le offro distrattamente
e cerco la carta nello sciacquone
l’ispirazione nel minestrone,
mentre si azzuffano i camposanti
io porto la mia bara a guinzaglio
e un cappellano nel taschino,
per non far arrossire gli alberi di frutta
cerco i tuoi occhi nella strada grigia
approfittando del silenzio dei semafori rossi.
Mia madre ha un amore di casa popolare,
ha cucito le tende con i capelli che ho perso
ha camminato a piedi nudi sul rapido salerno-genova
staccando i calli alla moquette
mia madre ha scritto anche poesie
distribuendo fagioli e battipanni.
La mia strada è blu di polvere
una ciminiera staccazzurro
che porta al cielo tra residui di amianto
la mia facile periferia
dove le vecchie fan lo struscio
con il marito dal dottore, un dinosauro
e l’ammaliatore di ricette
e cerco una parola nel bicchiere
l’ispirazione dal droghiere
mentre sbottono la patta dal mio naso
per il profumo di un sorriso
lasciato steso nella notte
in cui mi sono fatto un poeta
e non di certo te.
Mio padre lavora con le mani
dipinge i saloni le rocce i palazzi gli spazi
fa la guerra con i profilattici
e io rispondo con i sassi
a questa farsa da pezzenti
emancipati come i gatti, i gatti da appartamento
a far pipì dove ordina padrone o padre nostro
ma su quel treno di emigranti
in qualche modo c’ero anch’io.
Sì, ricordo, ad ogni sbalzo saltar da un coglione all’altro di mio padre.
Massimo Pastore
(da
Noi altri che morimmo a trent'anni, Ragusa, Libroitaliano, 2001, p.50 e dalla raccolta inedita
Centro elementi poetici. Alcune delle sue poesie sono su
Wordpress e
Splinder)
Daniela Sannipoli (a destra) durante la premiazione del Premio Mimesis
PERLA
Dovrò abituarmi
al tuo scrigno chiuso
e al mare in tempesta.
Ma per me
con lo scorpione sul cuore
è difficile fare a meno
della tua perla.
Non conoscessi
il mistero dei tuoi abissi
potrei accontentarmi
del quotidiano scambio di telline
al mercato delle banalità.
Attanaglia
la gola e il tempo
questa collana
che batte sul petto
la pietra dura
del tuo silenzio.
Daniela Sannipoli
HO FAME ANCORA
Lo so
che non t'importa
del mio anulare vuoto,
e la stanza a est
ha chiodi arrugginiti
alla finestra.
Anche bambina,
sai,
la mia casa
non era diversa:
il mattino
m'illuminava a strisce
e ingoiavo
odore di pane
a colazione.
"Via Tasso",
col rubinetto
che scandiva i secondi
e la cucina
senza Natale.
Sulla poltrona
trovai mia nonna
e per un attimo
furono casa
le sue braccia.
Grazia
di mille candele d'oro,
santuario
di tutte le colpe perdonate:
ora sì,
abitavo anch'io.
Dal giorno
che se n'è andata
ho un indirizzo nuovo
e la porta
della domenica
si è chiusa.
Ho fame ancora;
di albicocche,
di viole,
e del pane di un sorriso.
Daniela Sannipoli
(da Rosso fuoco, Avellino, Menna, 2009, pp. 9, 35. Alcune delle sue poesie sono su rosEpoesia)
Avrei dovuto lasciarti quando il tuo sorriso era
una lama che sprofondava nel mio petto disarmato
e le tue mani papaveri carnivori dal sapore dolciastro,
quando le tue pupille luccicavano secche e profonde
e la tua pelle sapeva di sandalo.
Avrei dovuto dirti addio quando le pareti non avevano
crepe e i cuscini erano sgualciti al punto giusto,
quando il tempo era sempre poco
e l’amore mai abbastanza.
Sì, allora, prima che
iniziasse la discesa.
Solitaria una foglia
Goccia di sangue d'anime
Mi è caduta vicino.
Chi legni lento percuote
In questo cuore soprasenziente
Soglia di tutto, su uno scalino?
(da Le ballate dell'angelo ferito, Padova, Il notes magico, 2009, p. 85)
Il passato remoto
non è un venni, andai o feci,
ma una scheggia impazzita
incagliata nel presente.
Ehi Capitano,
ricordi quando mi spezzasti i remi?
Sì, lo so che sei stato in America,
in Asia e anche in Giappone,
ma non ti chiami Cristoforo e neppure Amerigo.
Sei Francis l'orbo se non vedi
la mia pinna che guizza.
Dei momenti andati
ad assaporare il mare
non resta che la brezza
per rivivere le aurore pregne
di reti e le mattine di sale
e fatica.
Al tramonto, su un arenile
irrigidito, il vento,
pungendo la carne, scompiglia
la chioma dell’uomo
che cavalcò l’impavida onda
e toccò il lontano orizzonte.
Tempo irriverente che prostra
le membra di chi conosce
i segreti dei dispettosi cirri
e delle ripide correnti ma che,
in fondo alla rimessa,
ha nascosto i remi stinti.
Stai col corpo scomposto mentre ho braccia
come finestre d’estate; mi sbatti la bocca
come un portone e gli spigoli delle parole
rotolano in un compartimento stagno.
E come un pusher mi offri una dose di ossigeno
perché sai quando puoi alzare il prezzo della polvere
o quando invece devi cederla
senza chiedere nulla in cambio.
E così boccata dopo boccata mi tieni in vita
e tiri i fili affinché le mie labbra diventino
una luna su cui cullarti in un’ennesima notte
di bagliori e fuochi prima del risveglio.
I saltimbanchi dalle nove vite
fanno il tutto esaurito
col poliedrico repertorio
in cambio di una sola X;
assieme agli eroi di carta intrisa
di inchiostro simpatico
tirano fili su segni e disegni
di un utopico quotidiano
e imposizioni di flebo.
Con il plasma acceso
e il cuore disconnesso
saliamo tutti sulla giostra
per l’ultimo giro.
Sotto la luna di carta appesa al soffitto
del lungo braccio, cerca un bacio celeste
e una voce soave sente tra le celle dei timpani
mentre da fuori giunge l'eco dell'ora di libertà.
Luccicanti stille bianche solcano le rughe
dell'amaro riso di chi serba l’amore
tra strisce ferrose e grida stridenti.
La presente solo per informarti
che la linea più marcata dell’incavo della mia mano
ha l’odore di un vecchio banco di scuola,
coi nomi intagliati e profondi, lisi dal sudore;
che sotto lo spruzzo del mio profumo costoso
le mie ascelle emettono una nota di basso, forte
come il bum di un palmo sopra a un tamburo;
che l’impeto umido della mia paura è tagliente
come il sapore di un pezzo di ferro d’inverno
sulla lingua calda di un bambino; e che a volte,
con la brezza, i delicati capelli che ho sulla nuca,
proprio in quel punto dove, chinando il capo, potresti
esitare e sfiorarli con le labbra,
trattengono un profumo delicato e deciso
come una flotta di navi di origami, pronte a salpare.
(Traduzione di A. Laura Imondi)
Rosso vermiglio
la rosa che si schiude
per te soltanto.
Ascoltavi Rachmaninov
invitandomi al tuo fianco;
io, invece,
afona e debole,
ti chiedevo di sentire me.
Non sapevo
che fossero altre
le tue melodie.
Il dolore è un postino grigio, muto,
col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;
gli pende giù dalle fragili spalle
la borsa, scuro e logoro ha il vestito.
Dentro al suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timido egli sguscia
di strada in strada, si stringe alle mura
delle case, sparisce in un portone.
Poi bussa. Ed ha una lettera per te.
(da Antologia poetica, a cura di Umberto Albini, Milano, Edizioni Accademia, p. 39)
Con occhi felpati
hai individuato il tallone
e hai finto di volerlo curare;
con passo spugnoso sei giunto
e sentendo il tuo umore,
ti ho tenuto le mani
con cui afferravi i morbidi fianchi,
le stesse mani
che agitavi al tuo arrivo
e che celavano gli occhi
della tua partenza.
Indesiderati distacchi incidono la vita
con infinite morti, aneliti di incontri
geminano speranze smentite da inevitabili addii;
ma bramo di morire ancora
pur di specchiarmi nei tuoi occhi.
Alacri meandri
memorie acerrime
tramestano.
La scorsa notte nel letto
giaceva solo il mio corpo,
l’anima era altrove:
sedeva su anonimi cubi
accanto a un fuoco spento.
“Come stai?” mi chiedono.
“Bene, molto bene”
rispondo
e sfodero un sorriso
mentre lei
si fodera di polvere.
Soffi inchiodati
di mancati sospiri
in onice stinto.
Tacciata di stranezza
cercavo una finestra d'aprire
per respirare azzurre verbene;
abbassavo le palpebre
e l'olezzo giungeva puntuale
reciso dalla maschera di cinciallegra
che mi invitava ad alzare le accigliate imposte.
Mi lasciavo sedurre, cedevo al canto...
Ruba ancora onice la gazza.
Color fumé e oro è l'Orient Express
con lampade sui tavolini e un pianista
su terra mobile. Onirico e lucido
sosta al primo binario con un posto vuoto..
Vagone, un tempo, disegnato
con tempera ad acqua e da ricalcare,
ora, con colori ad olio.
Ma basteranno tempra e denari miei?
Gazzella agile
che corre nella notte.
La ferma il giorno.
Un bisturi, in ferite purpuree
non ancora suturate, insinuasti,
producendo la cura.
D’amore avevo il tallone sbucciato
e, scovati i tasti pigiasti forte.
Muro di gomma quei timpani
che rifuggono l'urlo dal burrone.
Dirompente come una passione
rapisce e confonde
addobbandoci di lustrati ornamenti;
tenace come una piaga lesiva
si attacca alle viscere
spingendoci a cercare la cura;
dilagante come una patologia virale
contagia deficitarie genti
offrendo placebo;
prolifico come una provetta
gemina
busti impomatati;
sordo come un dolore costante
distrugge gli argini
sommergendo
l’umana ragione col malsano senso comune
di un vivere per avere
senza sentire.
Inatteso come un sisma
hai fatto vibrare la mia terra
regalando sussulti, fremiti
e desueti equilibri
alle friabili zolle;
assordante come un boato
hai profuso onde elastiche
toccando e plasmando i lati
di questo irregolare poliedro.
Adesso, senza te, resta solo
il paesaggio desolato della frattura.
Sai quella smania che ci assale
sovente la sera e non ci lascia
fino all’aurora seguente? La sento scorrere
nelle vene, non più rosse.
Vedi queste linee che solcano la pelle?
Una è spuntata svelando quel mistero
e si è incastonata sulla fronte.
Resta lì stretta tra le tempie.
Rose di sole spine, tra crepe aperte
di cicatrici invisibili e latenti, rammentano
un'estate trascorsa di desii elisi.
Rimorsi sterili abitano una memoria rimossa
e un desolato presente.
Percorsi labirintici privi di fili
riconducono al punto di inizio
che è termine senza porto.